La terza via

Ai suoi inizi, in America, negli anni Cinquanta dietro la spinta di Carl Rogers e Rollo May, il counselling costituiva quella che veniva chiamata the third way, la terza via, la via umanistica, che cercava di incunearsi tra la psichiatria e la psicoanalisi, occupando gli spazi lasciati vuoti dalle due scienze allora forti. A caratterizzare il counselling era non tanto il rifiuto della prospettiva terapeutica, quando l’opzione filosofica per una visione non causale delle vicende umane, della persona, come si diceva, entro la quale ciò che per la psicoanalisi e la psichiatria erano sintomi di una malattia diventavano problemi appunto per una persona in una determinata situazione esistenziale concreta. Vent’anni dopo, nel suo approdo in Inghilterra verso il 1970, e poi in Francia e in Italia verso la fine degli anni Ottanta, il counselling conserva in parte, e in parte perde, qualcuna delle sue proprietà originali, compresa a volte la «l» del termine, che diventa nella mani di alcuni “counseling”. In particolare, a molti psicologi del continente risulta sempre più difficile, per ragioni di prestigio e economiche, resistere alle tentazioni terapeutiche, così annacquando il counselling nell’ibrido improprio di una psicoterapia. Ne segue una grave confusione, logica e giuridica, ma soprattutto dell’identità originaria centrata sul concetto di cliente come persona situata nel grande mondo con problemi dell’esistenza da risolvere, e non come malato con sintomi da curare.”
(Giampaolo Lai, in Prefazione a “Manuale di counselling” di Rodolfo Sabbadini, Franco Angeli, 2009)